I Numeri arabi delle Copertine Bolaffi | Marotta editori

I numeri arabi

21 Marzo 2018 Pubblicato da I numeri arabi, Serie dei Multipli d'arte 0 thoughts on “I numeri arabi”

Zero, Quattro, Sette, Otto, Dieci, Cinquanta, Cento: sono i Numeri Arabi delle Copertine d’Arte Bolaffi. Realizzate negli anni ’70, riuniscono alcuni dei nomi più illustri del panorama artistico internazionale: da Emilio Vedova a Henry Moore, da Enrico Baj a Joan Mirò, passando per Arnaldo Pomodoro, Emilio Scanavino e Mauro Reggiani.

I numeri arabi sono una rappresentazione simbolica fondamentale per la vita quotidiana e per lo sviluppo della matematica. Nati in India tra il 400 a.C. e il 400 d.C., devono il loro nome al fatto di essere stati diffusi in Europa grazie al lavoro di matematici ed astronomi arabi (che invece li chiamano “numeri indiani”).

numeri 6 di Morlotti e 9 di Adami

I numeri arabi da zero a dieci

La serie realizzata da Bolaffi parte con il Numero 0, opera di Mauro Reggiani. L’artista, emiliano di nascita ma meneghino di adozione, è considerato uno dei massimi esponenti dell’astrattismo in Italia.

Reggiani nasce nel 1897 a Nonantola e, dopo la Prima Guerra Mondiale, si trasferisce a Milano, dove frequenta il Gruppo Novecento ed entra a far parte della galleria Il Milione, in cui l’astrattismo dell’avanguardia europea incontra il surrealismo. Figura tra i firmatari del Primo manifesto dell’astrattismo e, dagli anni ’30 in poi, le sue composizioni diventano estremamente rigorose, le forme si combinano secondo direttrici rigidamente ortogonali e la sua tavolozza – basata su colori primari – vira verso nuance più vivaci. Nel Numero Zero la cifra si sovrappone ad una rigida partitura di fasce verticali.

Emilio Vedova è l’autore di Studio per Plurimo Numero 4.  Nato a Venezia nel 1919 da una famiglia di artigiani e operai, pratica la pittura da autodidatta fin dagli anni ’30. Nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista Corrente,  cui appartengono anche Renato Guttuso e Renato Birolli. Antifascista dichiarato, tra il 1944 e il 1945 partecipa alla Resistenza. Nel Dopoguerra firma il manifesto Oltre Guernica ed è tra i fondatori della Nuova Secessione Italiana poi Fronte Nuovo delle Arti.


Negli anni ’60 realizza la serie dei Plurimi, ovvero composizioni in cui la pittura si combina con diversi supporti,  materiali e tecniche, fino a realizzare elementi tridimensionali, che possono essere osservati solo ruotandovi intorno.  Il Numero 4 mostra i segni tipici della pittura gestuale di Vedova, inoltre il cartone è fustellato e piegato in modo da rendere l’opera tridimensionale.

Ennio Morlotti è autore del Numero 6. Considerato uno dei massimi naturalisti del Novecento, Morlotti nasce a Lecco nel 1910. Dopo essere stato operaio e contabile, decide di intraprendere gli studi artistici, che conclude prima all’Accademia di Brera e poi in quella di Belle Arti di Firenze.

Fondamentale per l’evoluzione della sua poetica è un soggiorno a Parigi nel 1937, dove entra in contatto con le opere di Paul Cézanne, Chaïm Soutine, Georges Rouault e dei Fauves. Morlotti è tra i pochi italiani a vedere Guernica al  padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi e ne riporta in Italia riproduzioni e studi preparatori.

Il Numero 7 della serie è opera di Enrico Baj. Nato a Milano nel 1924, Baj comincia a studiare medicina, ma subito dopo la Seconda Guerra Mondiale la abbandona per passare a Giurisprudenza, dove si laurea e diviene avvocato e – in parallelo – all’Accademia di Belle Arti di Brera. Coltiva rapporti di amicizia con poeti e letterati italiani e stranieri come André Breton, Marcel Duchamp, Raymond Queneau, Edoardo Sanguineti, Umberto Eco e spesso si dedica all’illustrazione di testi classici e moderni. Partito con uno stile informale, vira presto verso altre forme espressive.

Negli anni ’50 fonda il movimento di Pittura Nucleare ed il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, è firmatario dei manifesti: Contro lo stile e Manifeste de Naples. Sperimenta diverse tecniche,  dal dripping al collage, passando per l’intarsio; è influenzato da Surrealismo e Dadaismo, ma l’attenzione ai temi sociali è sempre viva.

Herny Moore firma il Numero 8, con le sue inconfondibili figure dalla forte carica simbolica e dalle  linee morbide. Nato nello Yorkshire nel 1898, partecipa alla Prima Guerra Mondiale, rimanendo ferito.

Nel corso della sua carriera accademica (che comincia negli anni ’20), riceve diverse borse di studio che gli consentono di frequentare corsi di college prestigiosi e di visitare l’Italia. Molto noto come scultore, ha la sua cifra distintiva nelle figure dai volumi vigorosi e dalle forme sinuose.

Valerio Adami è autore del Numero 9. Bolognese, classe 1935, Adami si interessa alla pittura fin da giovanissimo, praticandola a Venezia con Felice Carena.

Negli anni Cinquantadiventa amico di Oskar Kokoschka e studia  disegno all’Accademia di Brera di Milano con Achille Funi. Partito da una pittura espressionista e gestuale che risente delle influenze di Francis Bacon, Adami recupera la figurazione dopo un confronto con la Pop Art, in particolare con i lavori di Roy Lichtenstein. Convinto che la pittura necessiti di una sintesi delle immagini, realizza i suoi dipinti attraverso campiture cromatiche inserite in contorni netti, raffigurando spesso interni e oggetti comuni come simboli della modernità.

Il Numero 10 della serie I numeri arabi appartiene ad Arnaldo Pomodoro, uno dei più grandi scultori contemporanei italiani. Nato a Morciano di Romagna nel 1926, lavora a Pesaro come consulente per la ricostruzione degli edifici pubblici fino agli anni ’50, frequentando il locale Istituto d’Arte ed interessandosi di scenografia ed oreficeria.

Il suo percorso artistico comincia nel 1954, dopo essersi trasferito a a Milano, dove entra in contatto con Lucio Fontana, Enrico Baj, Sergio Dangelo e altri artisti, ed espone alla Galleria Montenapoleone. Artista noto a livello internazionale, attualmente vive e lavora a Milano.

Nelle sue opere ogni forma può essere ricondotta al volume di un solido euclideo (come sfera, cubo, cilindro, o parallelepipedo) e spesso la sua ripetizione sembra riprendere la successione delle note in una composizione musicale.

Cinquanta e Cento: la chiusura della serie

Il Numero 50 è firmato da Enrico Scanavino, artista originario di Genova e vicino allo Spazialismo, ma partito da un linguaggio figurativo. Nato nel 1926, Scanavino vive ed esprime in arte il dissidio interiore causato dalle differenti confessioni religiose dei suoi genitori: la teosofia del padre ed il cattolicesimo della madre.

Nel 1942 si trasferisce a Milano per frequentare la facoltà di Architettura, ma la chiamata alle armi lo costringe ad abbandonare gli studi. La sua pittura subisce un brusco cambiamento dopo un soggiorno a Londra, dove viene colpito dalle opere di Bacon, Sutherland e Matta.


La sua produzione degli anni ’50 è caratterizzata dalla trasposizione pittorica dei suoi tormenti interiori e dalla nascita di un segno caratteristico che lo accompagnerà in tutti gli anni successivi, ovvero un nodo stilizzato.
Dal ’68 in poi  lavora sempre di più a Calice Ligure, dove ha fondato una comunità artistica che annovera tra le sue attività di eccellenza la ceramica. 

Joan Mirò è autore del Numero 100. Nato a Barcellona nel 1893, Mirò intraprende studi economici per volere del padre. Ma dopo aver lavorato come contabile per un breve periodo, ha un esaurimento nervoso che lo spinge a dedicarsi alla sua passione per la pittura.

Negli anni ’20 vive a Parigi dove entra in contatto con l’ambiente artistico più all’avanguardia: Picasso, Tristan Tzara, Max Ernst, Jean Arpe,  Pierre Bonnard. E naturalmente, con i gruppi surrealisti raccolti intorno a Breton, Aragon, Eluard, Prevert e Péret. Allo scoppio della Guerra Civile Spagnola  è proprio a Parigi che raccoglie fondi per la causa repubblicana, ma è costretto a lasciare la città a causa dell’invasione nazista. Artista internazionale, definito da Breton “il più surrealista di tutti noi, Mirò ha esposto in Europa e nel mondo, tuttavia per ottenere dei riconoscimenti in patria ha dovuto attendere la fine del franchismo.

Il suo linguaggio è inconfondibile, così come i simboli che caratterizzano la sua produzione (la donna e gli uccelli in primis) ed entrambi rappresentano dei pilastri su cui è costruita l’arte del Novecento.

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